Ninaì, Il suono del pianoforte è il mio primo linguaggio

Ninaì continua il suo percorso di musica e sperimentazione con “SoulmetryLiving Room Session”, il capitolo che più di tutti la porta verso un’essenza fatta di intimità, radici jazz e arte senza fronzoli. Ne abbiamo parlato con lei

Ciao Ninaì e bentrovata. Questo nuovo lavoro, “Soulmentry Living Room Session”, svela la tua parte più intima: da dove è, nata l’idea di registrare le tracce direttamente in casa tua?
Soulmetry era già nato in casa, proprio in questo salotto. Il suono del pianoforte è il mio primo linguaggio, ma insieme a lui c’è anche il suono organico del luogo che abito: il tempo, i giorni vissuti, tutto ciò che passa e resta nelle stanze. Credo che gli spazi trattengano memoria e la restituiscano alla musica. Avevo immaginato un luogo diverso per questa registrazione live, ma alcune circostanze mi hanno riportata al cuore del mio suono. Oggi penso sia stato naturale così, perché non c’era nulla da nascondere. Forse è anche il motivo per cui, poco prima dell’uscita del disco grazie a un’idea di Emiliano Ruggiero fondatore della mia casa discografica I Low You Records di Tokyo, abbiamo deciso di aggiungere dodici interlude di piano solo accompagnati dalle immagini della Living Room: per mostrare che quel luogo non è una scenografia, ma uno spazio vivo, dove ogni giorno nasce nuova musica.

C’è un angolo, una stanza, un luogo della tua casa che senti più vicino alla tua musica? Un angolo dove passi il tuo tempo a scrivere e comporre… dove trovi maggiormente ispirazione?
Direi proprio qui, nella Living Room, in qualsiasi momento della giornata. C’è una sorta di calamita energetica che si chiama pianoforte e che spesso richiama tutto il resto.  Però devo dire che anche la cucina ha una presenza importante nel mio immaginario creativo: un po’ perché, come accade quando si cucina e si scelgono gli ingredienti, anche la musica nasce da combinazioni, attese, intuizioni. Molte idee arrivano proprio così, mentre qualcosa si prepara.  E poi ci sono i sogni nella notte, che restano forse il luogo più nascosto e onirico da cui affiorano immagini, melodie o domande. A volte la musica inizia lì, prima ancora di prendere forma nel mondo reale.

Nel disco si sente una forte anima jazz. Quali sono gli artisti del genere che più ti hanno ispirata? 
Sono tanti gli artisti che ascolto da quando ero bambina e che, in modi diversi, sono rimasti nel mio modo di sentire la musica. Da figure come Alice Coltrane, Pharoah Sanders, Horace Silver o Chet Baker, fino a percorsi più contaminati che ho amato molto, come Guru con Jazzmatazz, Us3 o Erykah Badu. Ho sempre sentito vicina la musica che attraversa i confini, più che quella che resta dentro un genere preciso. Per questo mi incuriosisce anche molta scena contemporanea: Kassa Overall, Alfa Mist, Robert Glasper… e recentemente mi sono innamorata del disco di Flea.  Più che un’unica influenza, credo di cercare una stessa qualità in tutti: libertà, spiritualità e il coraggio di lasciare che linguaggi diversi convivano nello stesso suono.

C’è una traccia del disco che percepisci come la meglio riuscita? Se sì, quale e perché? 
Non saprei scegliere una traccia in particolare, forse perché il disco continua a suggerirmi significati diversi nel tempo. Più che i brani, sento vicini alcuni momenti nuovi che gli arrangiamenti hanno aperto. In My Rules, ad esempio, c’è una parte finale che mi porta verso un’immagine quasi tribale, come un poema nel deserto. È una sensazione che apre strade, e forse anche per questo ne esistono due versioni.  E poi i dodici interludi di piano solo: lì c’è qualcosa di molto essenziale per me, perché tutto parte da lì. C’è il respiro dello studio, degli anni in conservatorio, ma anche uno spazio completamente spoglio. Forse sono i momenti che assomigliano di più a uno specchio dell’anima, dove resti davvero a nudo.

Registrare in questo modo ha richiesto accorgimenti diversi rispetto al lavoro in studio? Come hai affrontato le eventuali difficoltà nate dal luogo in cui ti trovavi? 
In realtà, avendo già registrato Soulmetry in casa, il luogo non rappresentava una novità. La vera sfida era un’altra: questa volta si trattava di un live in presa diretta, con cinque musicisti insieme nello stesso spazio, nello stesso respiro. A dire il vero, ripensandoci, vorrei fosse così più spesso… quasi ogni settimana. In quei giorni la casa era diventata un unico cavo, un corpo sonoro attraversato da energia, persone e musica.

Dopo “Soulmentry Living Room Session”, continuerai a sperimentare ho una già una linea ben tracciata per il futuro? 
Per me sperimentare è ossigeno. È una necessità continua di revisione, studio e cambiamento di prospettiva. Mi insegna a non restare ferma, e credo sia uno degli aspetti che più proteggo nel mio modo di fare musica. Non mi sento bloccata dentro una direzione precisa, e mi piace così, perché assomiglia alla vita: ogni giorno può essere la scoperta di un essere nuovo, di una parte diversa di sé. Forse il futuro ha già dei semi, ma preferisco lasciare spazio anche a ciò che ancora non conosco.